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L'elogio del Sile di Bartolomeo Burchelati

Bartolomeo Burchelati è un autore che non cessa mai di stupirci: la sua produzione letteraria, edita ed inedita, raggiunge una mole quantitativa davvero incredibile, per non parlare, poi, della straordinaria varietà d'interessi di quest'erudito trevigiano, vissuto tra la fine del Cinquecento ed i primi del Seicento, in un'epoca che è tuttora ben lungi dall'essere approfondita e studiata come meriterebbe.
Il Burchelati (ed uso questa forma di cognome, da lui stesso prediletta, e non «Burchiellati», come si trova posteriormente) aveva fatto studi di medicina, ed esercitava, quindi la professione di medico, sin dal 1577, ma non possiamo certo affermare che l'attività sanitaria fosse al centro dei suoi interessi, potremmo anzi dire proprio il contrario, visto che (ove si prescinda dai primi anni di attività e dalla carica che occupò, per molto tempo, di presidente dell'Ospedale dei Battuti, carica, quest'ultima, più politica che sanitaria, com'è del resto ai nostri giorni) assai scarso è il rilievo che la materia medica ha fra i suoi scritti.
In questa sede vorremmo parlare di una fra le tante passioni del Burchelati, quella che con termine moderno potremmo definire «idrologia». II Nostro, difatti, ricoprì numerosi incarichi pubblici in materia di acque: fu Presidente del Collegio delle acque, fu nel gruppo dei quattro Sopraintendenti "alla escavatione, mondificatione et nettezza delli Cagnani". Non solo, ma delle acque e degli insetti acquatici molto si dilettò di scrivere. Non è questo il luogo opportuno per condurre una serrata disamina dei suoi scritti idrologici, che vanno dal letterario all'amministrativo (come in quella gustosa sua «Apologia» in cui difende i Presidenti del Collegio delle acque dall'accusa di «mangerie» nell'officio: «nihil sub sole novi», come ognun vede). Piuttosto è nostra intenzione proporre un elogio del Sile, che il nostro pubblicò in calce al suo poderoso, quanto farraginoso Commentarium memorabilium multiplicis hystoriae Tarvisinae locuples promptuarium edito dal Righettini nel 1616.

Non si tratta, certo, della sola cosa scritta dal Burchelati sul fiume di Treviso. Tutt'altro, che la sua facile musa poetica gli aveva altra volta suggerito l'ispirazione di celebrare il corso d'acqua, già citato da Plinio nella sua «Naturalis historia». Si deve, anzi, alla sua penna un intero poemetto intitolato «Sylis», dove, peraltro, il fiume è solo un pretesto per celebrare, con il consueto fasto, gli elogi di Francesco Morosini, Provveditore della Serenissima in Treviso dal 1598 al 1600.
Ma veniamo al dunque. li Silis encomium, che c'interessa, è unito all'elogio del Botteniga nell'appendice ai «Commentariorum» di cui sopra, e non è privo di interessanti ed acute osservazioni, come del resto ebbe a notare il Michieli nel suo saggio sul Burchelati del 1954.
ll Sile vi è definito, subito, per la caratteristica del suo corso e delle sue acque, «fiumen placidum ac amoenum. christallinis aquis perspicuum»; vi si narra delle fonti site a Casacorba («ad septimum ab Urbe lapidem», a sette miglia di distanza dalla città), si dice del suo scorrere lento e tortuoso, simile a quello «murenarum ac anguillarum». Il dotto Burchelati non trascura l'attività economica che fa capo al fiume: «Invertit Silis noster molendinorum rotas plurimas», ma non ci sono solo le ruote dei mulini da grano, bensì quelle dei folli da panno, o quelle delle macine di ghiande (utilizzate dall'arte dei pellai), per non parlare dei magli e di tutti gli altri macchinari. Sul Sile si specchiano, naturalmente, le riviere di Treviso, ingentilite dall'acqua: ecco riflesse nelle pagine dello scrittore le «ecclesiae insignes», i «caenobia spectabilia», e con essi tutti i palazzi più belli, gli ospedali, i ponti marmorei, sotto i quali passano veneziani che vengono qui ad approvvigionarsi della materia prima per la Dominante.
C'è, naturalmente, un tentativo di etimologia (scienza che affascina non poco i Seicentisti, ed in particolare il Burchelati, che aveva dato prova del suo interesse in proposito con il «Ternario», il suo dialogo sull'etimologia di Trevigi), secondo cui il nome Sile deriverebbe dal corso silenzioso del fiume, Aumen istud tacitum», com'è gli afferma.
Ma ad un erudito come il Burchelati, non manca l'interesse scientifico; eccolo, infatti, elencare i pesci che abitano le acque del fiume, e la sua descrizione è della più grande importanza, in quanto testimonia con sufficiente attendibilità della consistenza del patrimonio ittico di tre secoli fa. Qual è la fauna acquatica del Sile? I lucci, in primo luogo, poi le trote ed i barni, poi gli squali (attenzione, dice, non «illi marini ex genere cartilaginorum», ma quelli d'acqua dolce); per non parlare dei temoli, dei muggini, delle regine, delle tinche, dei capitoni, e senza escludere le anguille, le murene e le lamprede, nonché i frequentissimi gamberi (ahimé, notiamo noi, oggi purtroppo non più frequenti). II Sile, insomma, è talmente pescoso che lo si può ben dire una vera manna per i cittadini e per i forestieri, che vi vengono a pescare da ogni dove; e qui non sapremmo certo quanta di questa moltitudine vada attribuita esclusivamente all'iperbole letteraria del narratore.
L'elenco dei pesci suscita in Burchelati altri ricordi, e, per analogia, si passa ad elencare tutta la serie delle imbarcazioni che solcano il fiume, ad opera di Trevigiani o di Veneziani, i quali per motivi di commercio, di pesca, o per diporto (come diremmo noi) riempiono il fiume di «phaselis, lembis, scaphis, lenuncolis, orijs, lintribus, liburnicis, ád solatium ut plurimum, et ad piscatum» per non parlare dei burci e dei burchielli che danno pretesto al Nostro per far dell'ironia sul suo stesso nome. Rivive qui, insomma, il mondo dei barcaioli con i barconi carichi di grano, di botti di vino, di legno di quercia (spettacolo non infrequente sino primi del nostro secolo) a testimonianza dei traffici che legavano nel Seicento sempre più Venezia alla terraferma.

"Et plura alia possem dicere in laudem tanti fluminis" - continua il Burchelati - potrei annotare quanto e quali ruote il fiume faccia muovere fuori città, o quali e quanti palazzi, soprattutto di patrizi veneti, si specchino sulle sue sponde; oppure come sia la campagna che attraversa, con le sue vigne, con gli orti ed i verzieri, o dei popoli che ne abitano le rive, o dei vantaggi innumerevoli di questo corso d'acqua... Ma la descrizione finisce e cede il passo ad alcune citazioni poetiche, più o meno pertinenti, con le quali non vogliamo tediare oltre il lettore.
Si tratta, comunque, di un brano piacevole e soffuso di una delicata vena di poesia, certo da riporre tra le cose migliori dell'erudito medio trevigiano, la cui lettura si raccomanda ancora quanti non disdegnino il periodare latino.

Lucio Puttin
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