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Il corso del Sile: ipotesi geologiche di Franco Pianetti

Laboratorio per lo Studio della Dinamica delle Grandi Masse - C.N.R. - Venezia

Nei tempi andati, trattare della Geologia del Sile, sarebbe sembrato inutile e, allo stesso tempo impossibile. Inutile perché il nostro territorio è di recente, e recentissima formazione. A quei tempi si ponevano tutti questi terreni nel Quaternario, Antico o Recente, e la fatica si riteneva compiuta. D'altro lato si riteneva impossibile seguire tutte le divagazioni dei fiumi che avevano formata la zona, rinunciando a costituirsi uno schema che tenesse conto delle principali successioni di eventi. Le cose sono cambiate, in tempi sia pur non recenti, principalmente in virtù di due indirizzi di ricerca, il cui significato è alla base di questa breve nota. Il primo è dato dagli studi geopedologici, condotti principalmente dalla allora Stazione Sperimentale Agraria di Udine, effettuati in vista e in appoggio delle grandi sistemazioni agrarie. Il secondo è dato dalle indagini sui legami fra tettonica e variazioni recenti del corso dei fiumi. Esso ha preso avvio, principalmente per risolvere problemi posti dalle grandi alluvioni del 1966. Un terzo indirizzo di ricerca, i cui risultati, per essere esso ancora in via di elaborazione per la nostra zona, non hanno potuto essere sufficientemente sfruttati, è quello della sintesi geopedologica e tettonica ottenuta con modelli matematici.
«Geologia di un fiume» è, di solito, intesa come «geologia del suo bacino». Per il Sile le cose stanno diversamente. Prima di tutto non si può parlare di «bacino» nel senso proprio del termine, date le sue caratteristiche di fiume di risorgiva. Si può dire perciò che verrà schematizzata geologicamente la zona su cui esso scorre e l'andamento del suo corso che è stato determinato, generalmente, dagli stessi eventi che hanno creato il territorio.
La trattazione sarà allora volta, principalmente, a fissare le linee per una ricerca particolareggiata, che sarà affidata alla Geologia nell'ambito del Centro. Cosi, in questo momento, la principale attenzione verrà rivolta all'andamento del corso nelle sue grandi linee invece che ai dettagli e del pari tralasciato, ad esempio, lo studio del fondo.
La pianura, a Sud del Montello e dei Colli Asolani, è costituita, principalmente, da tre coni di deiezione, antichi, databili all'ultima glaciazione (glaciazione Würmiana). Di essi, quello a Ovest è opera del Brenta; gli altri due, l'uno con vertice a Montebelluna, l'altro con vertice a Nervesa, sono opera del Piave. Sopra a quest'ultimo, nel Postglaciale, il Piave ha deposto un quarto cono che si estende, verso mare, molto di più dell'antico.

Lo schema esposto si basa sui risultati di COMEL (1964, 1965). In figura si riporta una carta geologica della zona (PIANETTI, 1968).

Benché idrologicamente, si tratti di un unico fiume, il Sile appare formato da due tronchi che hanno direzioni diverse. II primo dalle sorgenti a Treviso, va da Ovest a Est. Il secondo, a valle di Treviso, da NW a SE. Il mutamento in parola è stato determinato dall'evolversi delle strutture geologiche.

Trattandosi di un fiume impostato su terreni recenti, e perciò recente, le azioni erosive non hanno influenzato che i dettagli.
Il decorso Ovest-Est, dalle sorgenti a Treviso, è spiegabile con la presenza dei coni di deiezione antichi del Brenta e del Piave che vengono a contatto, appunto, lungo il Sile.
L'interpretazione «classica», è che le acque del cono del Piave trovino un ostacolo nei sedimenti antichi del Brenta, generalmente più fini, e siano costrette a venire a giorno nei "fontanazzi" (risorgive).
Ci sono però dei dubbi su questa interpretazione. In primo luogo perché sembra che il cono di Piave continui sotto quello di Brenta, ma anche perché sembra che le acque del Sile abbiano una provenienza da NW, piuttosto che da Nord.
L'andamento a valle di Treviso segue anch'esso il confine fra due coni dideiezione antichi (quello predetto del Brenta e quello del Piave con vertice a Nervesa). Si può quindi ammettere un convogliamento delle acque nell'«avvallamento» fra i due coni.
Per spiegare globalmente le circostanze suddette si può però proporre una ipotesi che tiene conto di altri fenomeni distribuiti su uno spazio più ampio. Nel cono di deiezione del Piave con vertice a Montebelluna, erano state individuate alcune correnti fluvioglaciali più importanti, una delle quali diretta verso Quinto - Treviso (COMEL, 1955).
Quest'ultima corrente ha lasciato traccia nell'idrogeologia e sembra rilevabile dall'andamento delle isofreatiche. Una indagine sull'esistenza di questa configurazione delle isofreatiche non può essere condotta che con l'aiuto di un modello inferenziale. Una ricerca in tal senso è già stata progettata.
D'altro canto la direzione del Sile, a valle di Treviso, è parallela a quella di una delle più importanti correnti fluvioglaciali del cono antico del Piave con vertice a Montebelluna; ciò fa pensare a una prosecuzione verso NW del corso nella stessa direzione. Il Piave ha preso l'attuale via di Nervesa, abbandonando quella di Montebelluna già nel cataglaciale Würm. La causa di tale deviazione è attribuita dalla maggior parte degli Autori al sovralluvionamento della stretta di Biadene.
L'ipotesi, qui fatta, è che l'inagibilità della stretta di Biadene sia stata causata da uno spostamento del Montello e della fascia a SW di esso parallela ai Colli Asolani. Pensando infatti uno spostamento anche orizzontale del Montello, avvenuto nel wurmiano, esso avrebbe impedito alle correnti fluvioglaciali del Piave la direzione di Montebelluna e costrette a immettersi per Nervesa. La linea seguita da queste correnti, a meno di una traslazione da Montebelluna a Quinto, è quella del corso del Sile a valle di Treviso. Esso potrebbe quindi essere impostato su una morfologia ereditata.
Un probabile moto del Montello avrebbe potuto trascinare il cono di deiezione del Piave spostando anche questo verso SO e con il cono le tracce della corrente diretta verso Treviso. Riflessi di questo moto, ipotetico, si possono rilevare nel corso del Brenta. Esso ora ha concavità volta verso NE e inoltre è andato via via spostandosi da Est a Ovest. Un movimento verticale era già ipotizzato (COMEL, 1953) in base a considerazioni morfologiche sui terrazzi.
Ricerche sismiche rielaborate da BOZZO, SEMENZA (1973) hanno aggiunto agli indizi geormofologici la possibilità meccanica dei movimenti ipotizzati. Sono stati individuate infatti alcune linee subparallele di faglia inversa.
La presenza di tali strutture può aver dato luogo a un innalzamento della fascia predetta ed a altri movimenti. I movimenti verticali recenti (postmindelliani e Montello sono stati annessi di recente (VENZO, PETRUCCI, CARRARO, 1977).
L'interpretazione meccanica dei moti, non di meno la loro verifica, è pensabile venga da un modello in analisi multivariata che individui le componenti principali delle deformazioni e degli sforzi. Un tale modello basato su dati da satellite è in corso di elaborazione (E. MARTINO, F. PIANETTI, A. ZANFERRARI).
Come è noto, oggi il Sile sfocia in mare essendo stato artificialmente immesso, a mezzo del Taglio del Sile, nell'alveo di Piave Vecchia. Un tempo sfociava in laguna, mantenendo fino ad esso, pressapoco la direzione del corso a valle di Treviso. E' opportuno soffermarsi, brevemente, sullo sbocco antico per l'importanza morfologica e archeologica del territorio in cui si trovava.
I rami principali per cui il fiume defluiva in laguna possono individuarsi nel Siletto - Canale Cenesa, Silone - Canale Dossa, Siloncello-Silone e parte terminale del Zero - Dese. La parte terminale del fiume pone parecchi interrogativi. In primo luogo si osserva che i primi due rami nominati dovevano staccarsi dal corso principale dalle vicinanze di Porte Grandi. Gli altri due rami dovevano staccarsi da Quarto d'Altino. Il Siloncello in particolare seguendo la direttrice dello Scolo Carmason, lungo cui i terreni si sono rilevati fortemente decalcificati (COMEL, 1964) e non l'attuale corso rettificato Trepalade - Altino.
Questi due ultimi circondavano la zona di Altino. Ciò suggerisce di condurre una più particolareggiata indagine sul loro percorso e sulle connessioni con l'idrografia antica.
Il corso da Quarto d'Altino alla laguna potrebbe essere posto in relazione ai sedimenti sabbiosi del litorale interno lagunare. Essi, disposti tra la Statale 14 e la laguna sono da considerarsi piuttosto antichi e appartenenti ad alluvioni del Sile. (COMEL, 1964). Altri ritrovamenti di sabbie antiche sono stati fatti nell'entroterra e su ciò è stato fondata l'ipotesi dell'esistenza di una linea di spiaggia, subparallela all'attuale.
L'andamento dei ritrovamenti suddetti e dei sedimenti lagunari interni sembra legato alla direzione del Paleobrenta. Ciò alimenta l'ipotesi che si trattasse di una linea di costa di una laguna antica generata dal Brenta; di essa la parte meridionale della laguna di Venezia potrebbe costituire un resto.
Nel Postglaciale, al momento dell'espandersi del cono di deiezione del Piave, si veniva costituendo con diverso andamento della linea di costa, una nuova laguna. Questa venne colmata nell'ulteriore avanzata delle alluvioni plavensi. Testimonianze di essa si trovano in alcune zone della pianura, ora bonificata del Basso Piave. Un altro resto di essa, mantenuto artificialmente attivo, potrebbe essere la parte settentrionale della laguna di Venezia.
La probabile esistenza cioè di due lagune, l'una legata ad azioni del Piave, l'altra ad azioni del Brenta non è cosa che debba essere verificata in modo specifico. Essa è evidente dalla semplice osservazione della carta geologica. Quello che deve essere indagato con una attenta analisi sedimentologica e cronologica, è invece l'estensione delle due lagune e il loro mutui rapporti.
Questa indagine è in corso avanzato di attuazione, avvalendosi di analisi chimiche e meccaniche introdotte in un modello di Analisi Multivariata (E. MARTINO, F. PIANETTI). Il modello permetterà di verificare e sfruttare completamente il significato crono logico della composizione chimica dei sedimenti in rapporto alle loro caratteristiche meccaniche, rapporto che non si lascia completamente cogliere dall'analisi convenzionale già espletata. Le ipotesi avanzate nel tentativo di spiegare alcuni fenomeni del nostro territorio portano ad osservazioni di portata più generale. Si è visto infatti che analisi del suolo, effettuate per scopi pratici e perciò all'apparenza modesti, hanno indotto a considerazioni di carattere molto elevato, dal punto di vista scientifico, quali le ipotesi di movimenti tettonici recenti.
Questo legame, fra idraulica fluviale e tettonica recente, qui appena sfiorato, costituisce la via ad una unificazione non di meno a una generalità, della Scienza Geologica. Esso si è voluto, a conclusione, porre in luce per mostrare come anche l'investigazione di modesti fenomeni necessiti di una visione analitica generalizzata della natura.

Franco Pianetti

Bibliografia

GOZZO, G.B. - SEMENZA, E. (1973) - Boll. Mus. Ven., suppl. 24.
COMEL, A. (1953) - Staz. Chim. Sper. Gorizia Nuovi Annali, IV.
COMEL, A. (1955) - Staz. Chim. Agr. Sper. di Udine - Annali, s. 3, v. VIII.
COMEL, A. (1964) - Carta Terreni Agrari Provincia Treviso - Staz. Chim. Agr. di Udine e Ann. Prov. Treviso.
COMEL, A. (1964)
Nuovi studi Stazione Chimico-Agraria Sperimentale Udine - Pubbl. n. 67.
COMEL, A. (1965) - Nuovi studi Stazione Chimico-Agraria Sperimentale Udine - Pubbl. n. 73.
PIANETTI, F. (1968) - Convegno Idrografia Terraferma Veneziana.
VENZO, S. - PETRUCCI, F. CARRARO, F. (1977) - Mem. Ist. Geol. Miner. Univ. Padova, vol. 30.
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