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Il Sile di Giuseppe Mazzotti

Ecco dalle vive parole di Giuseppe Mazzotti, la storia e la descrizione del percorso del Sile, dalle sorgive di Casacorba, attraverso gli itinerari degli antichi burchi che lo percorrevano ai tempi della Repubblica veneta, giù fino alla laguna e al mare, in una innamorata continua scoperta e riscoperta delle sue rive.

La pianura veneta è chiusa a nord dalle Prealpi che si inseguono all'orizzonte con le groppe lisce e ondulate dei loro pascoli. Nel percorrere le grandi strade che dal mare salgono verso i monti, dapprima si vedono le fronde dei platani che le fiancheggiano alzarsi direttamente contro il cielo, poi sovrapporsi a dolci colline e infine alle montagne imminenti. I colori variano dal verde vivo delle foglie a quello più arsiccio delle colline, al cupo azzurro dei monti. E' questo il paesaggio «di verzieri e di acque, di colli cilestri e di malinconia» che apparve così sensibile e umano a Gabriele d'Annunzio nel triste autunno del 1917; ma in realtà l'azzurro e il verde dei monti sono una illusione dovuta alla lontananza. Le Prealpi, fra Brenta e Tagliamento, sono in gran parte senza sorgenti e il Monte Grappa è assetato non meno del Cansiglio: soffici nebbie salgono nelle giornate più afose dalla pianura ad avvolgere silenziose le cime portando un po' di sollievo all'erba e alle fronde, ma le bestie al pascolo sono costrette ad abbeverarsi in grandi pozze in cui si raccoglie l'acqua piovana. Le vallette del Grappa e del Cesèn, di là dal Piave, sono tutte cosparse di queste pozze rotonde, dall'orlo fangoso, che riflettono un poco di cielo. Sul Cansiglio l'acqua delle piogge viene inghiottita da profonde voragini ed esce impetuosa dalle falde della montagna a formare i fiumi che corrono ai confini delle province di Treviso e di Udine. Quella del Grappa, del Tomba e del Monfenera viene invece lentamente filtrata di strato in strato, e riaffiora lontano dai monti, in mezzo alla pianura. Ad essa si uniscono le acque del Montello e in parte anche quelle del Piave, che seguono misteriosi percorsi.
Uscito dalla stretta dei monti, il Piave stende i suoi bianchi ghiaioni contro il Montello, si restringe verso Nervesa, si dilata ancora più avanti e diviene fiume solo verso il mare. Per la maggior parte del suo corso è infatti solo un grande torrente. Nella rapinosa corsa ha trascinato ciottoli e ghiaie, ha portato il calcare delle Dolomiti, rotto e decomposto, a colmare le antichissime valli marine che giungevano fin sotto i colli d'Asolo e di Conegliano; per secoli ha poi portato dai monti al mare i tronchi d'abete e di larice dei boschi del Cadore, quelli di quercia dal Montello, quelli di faggio dal Cansiglio, il gran «Bosco da reme di San Marco» per rifornire l'Arzenà di Venezia. Al Cidolo di Perarolo venivano formate le zattere, unendo i tronchi scesi fino a quel punto sulle acque liberamente; uomini esperti le dirigevano con lunghi remi fino a Belluno, dove altri le prendevano in consegna per portarle di là dai monti, ai «Porti» di Falzè e di Nervesa. Da Nervesa altri ancora le conducevano a San Donà di Piave, dove venivano legate in convoglio per farle scendere alla Laguna col favore della bassa marea. Giunte a Venezia, attraccavano alla riva che ancor oggi di quelle zattere porta il nome. L'intera città fu eretta sui tronchi dei boschi del Cadore confitti nel fango, con essi furono costruite le capriate dei tetti, simili a carene di navi capovolte, e i soffitti decorati «alla Sansovino» dei suoi palazzi; ma i più alti e robusti furono eretti in ogni tempo a sostenere i gonfaloni di San Marco dinanzi alla basilica e sulle tolde delle navi nei mari lontani.
Ora molte acque sono state cavate dal Piave per portarle ad irrigare la campagna o per dar vita a imprese industriali. Ma l'aspetto della campagna trevigiana non sarebbe diverso da quello d'altri luoghi se non vi fossero i canali e i fiumi nati nel mezzo della pianura da polle di resorgiva.
Ad un certo punto, nel fondo di un fossatello, fra due filari di alberi, si vede un po' d'acqua. Non stagnante, ma viva.
Più in qua, più in là si vedono bulicare altre polle e presto la natura del suolo si rivela incerta fra la terra e l'acqua. Sono queste le sorgenti del Sile, che inizia il suo corso tranquillo fra bassi canneti ed erbe palustri. Le sue sorgenti sono state paragonate a quelle del Clitunno, sebbene in realtà siano assai più modeste. Vero è che il piccolo fiume si allarga presto, senza ristagnare, fra rive a cui si affacciano gruppi di alberi, e si distende anche in laghetti formati talvolta da vecchie cave di ghiaia; ma il suo corso, in principio, è indeciso, quasi che l'acqua fosse stupita di ritrovarsi alla luce dopo il lungo viaggio sotto la terra.
Dall'aridità del Grappa e del Montello nasce così il miracolo delle chiare, fresche e dolci acque di Treviso. Il Petrarca le vide, e ci piace credere che si sia ricordato di esse nel rievocare «la bella contrada di Trivigi». Anche Dante, di Treviso ricorda solo il fluire dei fiumi, e riunisce in un solo verso l'immagine del Sile e del Cagnan scorrenti insieme per lungo tratto senza confondere le acque dell'uno con quelle dell'altro: «Dove Sile e Cagnan s'accompagna». Perfino un poeta oscuro e stentato come Fazio degli Uberti, incantato dalla purezza di tali acque, nel suo «Dittamondo» trova un mirabile verso per definire Treviso «che di chiare fontane tutta ride».
Queste fontane, o polle di resorgiva, chiamate in luogo «fontanazzi», formano i fiumi e i canali che intridono la pianura intorno alla città, la circondano e la penetrano con molte vene. Scorrono le acque nei fossati, muovendo appena le erbe verdissime del fondo. Un tremito silenzioso passa su quelle erbe, simili a lunghi capelli accarezzati da una invisibile mano. Le fronde delle siepi, lungo le strade solitarie, si riflettono nitide sulle acque scorrenti, di una freschezza e trasparenza incredibili.
Fra' Giocondo veronese le condusse a girare intorno alle nuove mura della città al principio del cinquecento. Una parte della fossa urbana è stata dopo l'altra guerra colmata per farne giardini, ma ancora le acque sforzano la terra per uscire, si uniscono in uno stretto corso, riformano poco più avanti il canale, scorrono finalmente libere a riflettere le belle mura di Santi Quaranta. Poco più avanti si uniscono a quelle del Sile, che nel breve corso è diventato un placido fiume. Esso ha attraversato le campagne di Casacorba, di Morgano, di Santa Cristina del Tiverone. In una bella chiesa di questo paese sulle rive del fiume sostò nei primi anni del '500 Lorenzo Lotto a dipingere una «sacra conversazione». Ora la chiesa è stata demolita, e soltanto l'abside, ridotta ad abitazione di contadini, si alza superstite sulla riva deserta, mentre la bella pala del Lotto è migrata in una nuova grande orribile chiesa falso gotica. Altri pittori si sono fermati sulle rive del Sile, ma questi luoghi, percorsi da piccoli fiumi e canali che fanno girare le ruote di molini e davano vita a fabbriche di carta, traversati da strade sulla traccia di quelle antiche, di cui resta il ricordo nei nomi che segnavano le distanze dalla città (Quinto, Settimo) hanno avuto il loro più felice interprete in Guglielmo Ciardi.
Nei paesaggi sul Sile, in «Messidoro», nella «Campagna trevigiana» egli ha fermato gli aspetti della pianura, i campi animati da contadini al lavoro, la luce del cielo che si specchia nelle placide acque del fiume percorso da rare barche di pescatori e di cacciatori. Nessun altro ha sentito come lui il fascino di quelle silenziose rive nei tramonti d'autunno, anche se la tradizione paesana e venatoria rivelata dalle sue belle pitture fu poi continuata dal figlio, che visse per molto tempo a Quinto sul Sile. Qui sono ancora diversi molini e qui si pescano e si consumano le tenere anguille sapientemente fritte o arrostite nelle cordiali trattorie del paese. Fin qui giungevano i barconi da Venezia a caricar ghiaia, quando non vi erano le centrali elettriche né i brevi salti d'acqua che interrompono il corso del fiume.
Esso continua placido verso i molini di Mure, allargandosi ogni tanto nel silenzio della campagna, rotto qua e là dal fragore delle draghe che ne scavano il fondo ghiaioso, e - alla sua stagione - da qualche disperso colpo di fucile. In ogni tempo si vedono barche legate alla riva o tirate in secca, fra le erbe e le cannucce delle sponde.
Il silenzio, qualche volta, è turbato anche dal fragore di un aereo in arrivo o in partenza dal vicino aeroporto di San Giuseppe. Appena passato, come un'ombra rabbiosa nel cielo, il silenzio si richiude compatto sul fiume e si sentono di nuovo cantare gli uccelli. Questo è il tratto del fiume percorso più di frequente dai «Canottieri del Sile» nelle loro leggere barchette, che passano veloci fra le mute sponde. La pacifica vena entra in città portando con sé, lungo le rive alberate, una parte degli aspetti della campagna che ha attraversato. Stupendi tramonti si godono dal ponte di San Martino, sotto cui il Sile scorre pesante e pacato. In esso si sciolgono i colori del cielo. Grandi alberi cupi lo chiudono e meglio lo chiudevano un tempo all'orizzonte, dividendo la luce del cielo da quella dell'acqua. Di là dal ponte, il fiume passa fra i giardini e le case della Riviera Margherita, come una gran strada fluente. Qui riceve i canali del Botteniga, e maggiormente dimostra la perenne limpidezza delle sue acque, anche quando, dopo le piogge, i canali minori, in cui si versano i fossati dell'argillosa campagna, sono torbidi. Qui Dante vide le acque del Sile costringere contro la sponda quelle del Cagnan, e continuare insieme il viaggio verso la Laguna senza mescolarsi ad esse per lungo tratto.
II Sile entra in città da occidente. Il Botteniga, che nasce pure a breve distanza ed è subito percorribile in barca, viene da Nord ed entra in città dall'antico "Ponte de Prìa" (di pietra) dividendosi in numerosi rami: la Roggia, che poi vien chiamata Siletto; il canale dei Buranelli, il Cagnan, il Canale delle Convertite. Tutti si versano nel Sile, entro le mura. La topografia della città è in gran parte determinata dai canali. Le strade vi corrono parallele, come le «fondamenta» di Venezia, o li traversano con frequenti ponti. Essi passano fra le case, dietro i giardini da cui sporgono alberi canori di uccelli. Nel mezzo della città davano vita a vecchi mulini di cui restano grandi ruote. II maggiore di questi canali forma un'isola, piantata in giro di grandiosi ippocastani, che d'estate la coprivano tutta con una immensa cupola verde: la più originale e caratteristica pescheria d'Italia, ora purtroppo immiserita dall'orrenda mutilazione degli alberi.
L'acqua scorre lungo i sottoportici, lambisce i muri, scompare sotto le case, ricompare improvvisa a rendere sorprendente l'aspetto della città. I riflessi della luce del sole tremolano sulle facciate ed illuminano la fresca ombra dei sottoportici. Il carattere stesso degli abitanti si è venuto formando sul placido e arguto fluire delle acque.
Fra le case della città il Sile trascina un altro gran fiume: un fiume d'aria che si avverte fresco sostando sui ponti nelle sere d'estate. Un tempo, lungo le spallette di questi ponti, vi erano panchine di pietra per consentire di godere la freschezza dell'aria, come un vivo respiro della campagna portato in città. Oggi che tutti corrono è difficile sostare non solo sui ponti, ed è ancora più difficile ascoltare e capire il racconto dell'acqua che passa, come è passata da tempo infinito fra quelle sponde.
Quando eravamo bambini ci accompagnavano ai giardini pubblici, dinanzi alla stazione della ferrovia, che erano attraversati da un ramo del Sile, detto «della Polveriera». Una sponda era limitata da una lunga panchina di pietra e noi vi salivamo per calare nell'acqua certe nostre barchettine, trattenute da uno spago, come piccoli animali al guinzaglio. Sull'acqua di quel canale navigavano stupendi e stupidi cigni, che passavano maestosi contro le calle fiorite sulle sponde. Cigni e giardini erano affidati «alla gentilezza d'animo dei cittadini», come avvisava una targa municipale in lamiera, dai bordi arrotondati ad imitare una pergamena. Sul canale della Polveriera si vedeva ogni tanto qualche canottiere distendersi sul fondo della barca per passare sotto il ponte della strada, largo, ma basso. Taluno osava aprire certi cancelletti messi a limitare lo specchio d'acqua a disposizione dei cigni, e se ne andava fra ombrose e misteriose sponde lungo le mura dinanzi all'antica Porta Altinia, allora chiusa, fino al torrione Garibaldi, dove erano, di bella pietra scolpita e sono state poi rifatte in cemento le chiuse costruite da Fra' Giocondo per regolare le acque del Sile intorno alla città. Per noi bambini, il Sile, allora era sinonimo di fiume, il fiume per antonomasia.
Spumeggiava l'acqua alla cascata del ponte al Portello Garibaldi e grandiosi alberi ne accompagnavano il corso fino al Ponte della Gobba dove il fiume liberamente fluiva. Ora è quasi ferma, come un'immensa cloaca, impedita nel suo naturale corso da un centrale elettrica. Qui, dove la strada svolta intorno al torrione del vecchio «macello», era il porto di Treviso. Vi giungevano grossi barconi dalla Laguna di Venezia e il tratto di riva fra la curva della strada e il ponte era una specie di molo, con le bitte d'ormeggio. Scomparsi i barconi, scomparsi o sostituiti ad alberelli i magnifici alberi che crescevano sulle sue sponde, il fiume appare squallido e deserto se non vi fossero i gabbiani venuti dalla Laguna a cibarsi dei rifiuti della città, che finiscono di marcire nell'acqua.
Di là dal Ponte della Gobba, il Sile torna placidamente alla campagna. Riflette rare ombre di case, di bianchi campanili e si avvia tacito al mare. Ecco i primi barconi carichi di sabbia e di ghiaia, ecco Porto di Fiera, ecco stabilimenti rossi, alti sulla riva verde; e dopo una gran curva e un'altra, ecco Sant'Antonimo, dove il fiume si stende per riavvolgersi quasi a spirale ed arrivare a Casier. Nella grande ansa del Sile, neri barconi sono attaccati alla sponda, insieme a barche da pesca con le reti a bilancia sospese sull'acqua dove galleggiano branchi di anatre. In questo tratto del fiume, le draghe, che anche qui ne scavano il fondo ghiaioso, hanno riportato e ancora talvolta riportano alla luce frammenti di belle ceramiche medioevali e antichissime spade di bronzo. Questi luoghi furono abitati in remotissimi tempi, e l'eleganza delle spade, come delle asce e di altri oggetti che continuamente si rinvengono, testimoniano di una antica civiltà assai progredita. Da Casier il Sile gira e rigira per la campagna fra bassi argini, e non è facile seguirne il corso. Chi vuol conoscere questo fiume, chi vuol vedere uno degli spettacoli naturali più dolci, più calmi e pacificanti che siano al mondo, deve lasciare le strade, salire sulle sue sponde, percorrerne gli argini in gran parte erbosi. Farà scoperte incredibili.
Lungo il Sile, fra Venezia e Treviso, dal '400 al '700 sorsero molte ville, che tramutarono certi tratti del fiume in una specie di ampia e placida «Ri-viera del Brenta», con un più vivo flui-re di acque e una più distesa malinco-nia. Esso ebbe per Treviso la stessa importanza e funzione di comoda via d'acqua per Venezia, che la Riviera del Brenta ebbe per Padova. Dalla La-guna le barche risalivano il fiume, trascinate da cavalli che camminavano lungo gli argini (le Alzaie). Alle sue sponde si affacciano ancora alcune su-perstiti dimore dei nobili veneti. Fra queste, bellissima, a Sílea, la Villa Valier, ora Battaggia, dalla calda facciata tutta dipinta alla metà del Cinquecento, con finta architettura (come la Villa Tiepolo-Corner, ora Chiminelli, a Sant'Andrea oltre il Musone, vicino a Castelfranco Veneto) e con figure mitologiche, fra le quali, immancabile, Ercole, mezzo nascosta dagli alberi, con una ampia gradinata che scende verso il Sile, largo in quel punto quasi da parere un lago; e, più avanti, a Lughignano, la stupenda villa che si vuole sia stata fatta costruire intorno al 1490 da Caterina Cornaro, Regina di Cipro, per Fiammetta, sua damigella, che l'avrebbe abitata dopo le nozze (nell'occasione di tali nozze il Bembo scrisse gli «Asolani»). Ridotta a magazzino, e crollante, è stata riscattata e coraggiosamente restaurata dall'ingegnere Enrico Gabbianelli, che vi ospita cordialmente gli amici nella buona stagione.
Barconi a motore risalgono il fiume, senza spaventare le oche e le anatre che ne popolano le sponde. Si incontrano traghetti o «passi di barche» fra una sponda e l'altra. Lungo un cavo d'acciaio scorre una zattera che, girando su se stessa, trasporta anche carri e automobili. Il paesaggio gira tutto intorno nella sua pacata dolcezza, mentre bianchi frontoni di ville spuntano sopra le siepi.
Si incontrano anche piccoli cantieri per costruire barconi, dove gli operai lavorano a colpi d'accetta alle ossature di legno, simili a scheletri di mostri preistorici, ed altri rattoppano vecchie barche da pesca. In un'ansa, quasi un favoloso cimitero di navi, spuntano dall'acqua resti di barche sommerse. Lasciandoci portare dal corso del fiume, si giunge a Casale, dove una massiccia torre rotonda, resto di un fortilizio carrarese del 1300, si alza dietro l'argine, simile a un faro sulla campagna. Il paese, con le case basse lungo una strada chiusa da un bel palazzetto (Villa Caliari), che pare un poco sprofondato in terreno molle, ricorda Càorle e altri paesi di pescatori. La terra della Marca Trevigiana, come le sue acque, scende dai monti alla laguna. Nei paesi lungo il fiume, è più sensibile il trapasso della natura dei luoghi dal monte al mare. Sulle sue rive si allineano case di pescatori, simili a quelle delle isole dell'estuario: Burano e Torcello. Si incontra ancora qualche piccolo cantiere per riparare le barche. Sulle facciate delle case sono tese reti ad asciugare.
Dalla torre di Casale, si vedono lente vele andare per il Sile attraverso la pianura. Il corso del fiume è nascosto dagli alberi e le vele si muovono come se passassero sulla terra, tra i gelsi e le viti. Così le vide Cassiodoro e le descrisse nella sua lettera ai tribuni marittimi: «A vederle da lontano e quando non si scorge l'alveo dei fiumi, si crederebbe che siano tirate su per i prati». Le vele hanno colori chiari, rosa e gialli, simili a quelli delle case sparse, o bruni e rossicci, come le tegole dei tetti. Qui la natura dei luoghi torna ad essere incerta fra la terra e l'acqua. II paesaggio non è molto mutato dai tempi di Cassiodoro, sebbene città romane come Altino, con le sue ville che Marziale giudicava degne di quelle di Baia, siano del tutto scomparse. Altre città, come Torcello, sono sorte sulle isole della vicina Laguna. In tutto questo tempo le vele han continuato a passare fra i campi, a scender lente dalla terra al mare.
Solo una chiusa interrompe il moto dei barconi dalle polene dipinte con figure di Santi: le «Porte Grandi», che regolano il passaggio dal fiume alla Laguna secondo il diverso livello del mare nel flusso e riflusso delle maree. Qui una parte delle sue acque, ad evitare che continuassero ad interrare la Laguna di fronte a Torcello, furono deviate nel diciassettesimo secolo a oriente in un lungo e diritto canale, chiamato «Taglio del Sile» e portate nel vecchio alveo del Piave, la «Piave Vecchia» a Caposile, dove ancor oggi confluiscono parte delle acque del Piave; e insieme fanno un gran giro intorno alla Laguna, per sfociare al «Porto di Piave Vecchia», che divide il Lido di Jesolo dal Litorale del Cavallino. Le «Porte Grandi» consentono invece il passaggio diretto lungo l'antico corso del fiume.
Uscite da quelle porte, le acque del Sile, finalmente libere, si perdono di fronte all'isola di Torcello, che appare come una bassa linea scura sul tremolar della luce, riflessa dalle piccole onde della Laguna. Su quella linea sorge, come un gran capannone abbandonato, l'antica basilica di Santa Maria Assunta, sola col suo campanile, come se nel corso dei secoli tutte le case che le erano intorno siano state piano piano riassorbite dalla terra. Si potrebbe crederla un miraggio; e vien da pensare che anch'essa potrebbe improvvisamente scomparire come una labile immagine dissolta nella gran luce del cielo e del mare.

Giuseppe Mazzotti
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